E-book:
la rivoluzione della lettura
di
Fabio Ciotti
Uno dei temi che ricorrono
con maggior frequenza nel vasto dibattito scientifico
e giornalistico sollevato dalle nuove tecnologie è, senza dubbio, quello relativo al “futuro del libro”[1]. I contenuti di questa querelle sono molteplici e complessi, e riguardano sia
il destino dell’oggetto libro in sià, sia quello della cultura del libro (o del testo) che ha caratterizzato la civiltà occidentale, almeno negli ultimi cinque secoli.
Come spesso avviene quando
si riflette sui rapporti tra tecnologie e cultura,
la discussione sul futuro del libro si è polarizzata secondo l’ormai classica dialettica tra “apocalittici e integrati”[2]. Ma entrambe le fazioni concordano su un punto: le nuove tecnologie digitali
sono agenti di una trasformazione radicale della nostra
cultura, caratterizzata dall’eclisse dei modi di produzione e diffusione culturale basati sulla stampa, e
dall’emergenza di nuovi modelli basati sulla creazione e trasmissione di contenuti
digitali.
Sebbene questa analisi
possa essere in parte condivisibile, si deve osservare
come i supporti digitali, almeno per ora, non abbiano
rappresentato una vera e propria alternativa al libro
cartaceo[3]. Non che vi sia una carenza di pubblicazioni digitali: negli ultimi dieci anni
il mercato è stato inondato di prodotti editoriali su CD-Rom[4], per non parlare delle centinaia di risorse Internet che complessivamente rientrano
nella definizione di biblioteca digitale[5]. Ma questi oggetti nella maggior parte dei casi sono considerati e usati come
opere di riferimento, o strumenti didattici e scientifici.
L’attività della lettura, in gran parte delle sue forme e manifestazioni, è invece rimasta legata al rapporto con il tradizionale libro cartaceo, la cui
struttura perdura a grandi linee intatta da quasi due
millenni[6].
Una delle più interessanti
novità tecnologiche e commerciali che ha caratterizzato il panorama dei nuovi media
nel corso dell’ultimo anno sembra poter mettere in discussione se non la permanenza, almeno
la centralità del libro cartaceo anche come supporto della lettura. Ci riferiamo al fenomeno
dei cosiddetti e-book, sul quale ci soffermeremo in
questo capitolo[7].
Che
cos’è un e-book?
Prima
di approfondire la nostra trattazione del fenomeno
e-book, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello
sociale e culturale, è bene fissare il significato dei termini che adotteremo. Queste precisazioni
terminologiche potrebbero sembrare piuttosto pignole,
ma sono necessarie per evitare fraintendimenti in un
dibattito che vede necessariamente convergere saperi
e punti di vista assai differenti. D’altra parte è proprio con l’intento di fornire un quadro comune e condiviso di concetti e termini specifici
che l’Open eBook Forum (una organizzazione nata allo scopo di definire gli standard
tecnologici in questo settore) ha redatto un documento
dal titolo A Framework for the Epublishing Ecology[8], dal quale mutueremo le nostre definizioni.
In generale con il termine
e-book (libro elettronico) si intende un’opera letteraria monografica pubblicata in forma digitale e consultabile mediante
appositi dispositivi informatici. Si noti che l’aggettivo “letteraria”, in questa definizione, assume l’accezione universale di opera dell’ingegno espressa come testo verbale, e non si riferisce esclusivamente a opere
letterarie in quanto oggetti estetici (romanzo, poema,
testo drammatico) distinti dai testi saggistici, scientifici
e così via. La determinazione di “opera monografica” differenzia un e-book vero e proprio dalla versione elettronica di una pubblicazione
periodica, per indicare la quale si tende ad adottare
il termine e-journal (periodico elettronico). L’uso del più generico e-publication (pubblicazione elettronica) è stato suggerito al fine di riferirsi a opere di qualsiasi genere pubblicate
in formato digitale.
In realtà nella
vasta pubblicistica dedicata ai libri elettronici l’uso della terminologia non è sempre rigoroso. In particolare il termine e-book viene comunemente impiegato
per indicare sia una pubblicazione su supporto digitale
(di qualsiasi genere), sia gli strumenti con cui vi
si accede (specialmente in riferimento a quelle tecnologie
hardware che sono state specificamente sviluppate a
questo fine). Per evitare questa ambivalenza - che
caratterizza anche il termine libro[9] - useremo l’espressione “dispositivo di lettura” al fine di indicare gli strumenti hardware e software che consentono a un utente
di avere accesso a un’opera letteraria in formato elettronico.
Il
fenomeno e-book: verso la lettura elettronica?
Come
abbiamo rilevato in apertura di capitolo, la disponibilità di opere letterarie su supporto digitale non è certamente una novità nel mondo dei nuovi media. Le origini del Project Gutenberg, il più noto archivio testuale presente su Internet, risalgono al 1971. Mentre per quanto
riguarda l’editoria elettronica commerciale le prime pubblicazioni su supporto elettronico
(floppy disk o CD-Rom) si collocano intorno alla metà degli anni 80, in coincidenza con l’esplosione dell’interesse teorico e pratico intorno agli ipertesti digitali[10].
Nonostante questa “tradizione” relativamente
lunga (se misurata secondo i ritmi evolutivi che caratterizzano
le nuove tecnologie), le pubblicazioni su supporto
digitale non hanno mai rappresentato un’alternativa vera e propria a quelle su supporto cartaceo, se non in ambiti molto
ristretti (ad esempio nella manualistica tecnica specializzata,
o nei repertori legali). Insomma, sebbene si possano
trovare numerose edizioni della Divina Commedia su
Internet o su CD-Rom, il numero di persone che hanno
letto il poema dantesco direttamente sullo schermo è decisamente esiguo. Conseguentemente l’industria editoriale tradizionale ha inizialmente riservato un’attenzione solo episodica ai nuovi media, e l’editoria elettronica è ritagliata uno spazio di mercato distinto e parallelo rispetto a quello tradizionale,
concentrandosi su quei contenuti in cui il supporto
elettronico è intrinsecamente necessario: opere ipertestuali e/o multimediali e videogiochi.
La scarsa fortuna della
lettura “mediata da strumenti elettronici” ha molteplici spiegazioni, sia di natura tecnica sia di natura culturale. Dal
punto di vista tecnico è indubbio che i dispositivi informatici, se confrontati con i libri cartacei,
presentino evidenti limiti di ergonomia e versatilità: la risoluzione e la qualità grafica dell’immagine digitale sono di gran lunga inferiori a quelle della stampa; la lettura
prolungata su schermo (soprattutto sugli schermi a
tubo catodico) induce fastidi e disagi alla vista;
i dispositivi hardware sono scarsamente o per nulla
portabili, e comunque necessitano di accedere a fonti
di energia; la presenza di molteplici tecnologie hardware
e software per la codifica, archiviazione e fruizione
dei contenuti digitali costringe gli utenti a servirsi
di numerosi strumenti diversi, ognuno con una sua particolare
interfaccia.
Ma non meno rilevanti
sono stati gli ostacoli culturali, primo fra tutti
la diffusa e consolidata familiarità con il libro a stampa. Una familiarità dovuta al fatto che nella società occidentale la parola scritta - soprattutto quella stampata - ha un ruolo fondamentale
nella trasmissione culturale e nel processo formativo
delle nuove generazioni. Ma anche al vero e proprio
rapporto affettivo che si instaura tra un lettore e
i suoi libri: sia che vengano ammassati un po’ disordinatamente su scaffali e scrivanie, sia che vengano disposti in perfetta
sequenza nella libreria. Del tutto simmetrica è la predominante diffidenza o indifferenza di molta parte del mondo umanistico
- depositario tradizionale e privilegiato dell’attenzione verso i libri e la lettura - verso i dispositivi informatici, e la
conseguente scarsa alfabetizzazione informatica che
ne è derivata.
Tuttavia negli ultimi
quattro o cinque anni, soprattutto grazie all’enorme interesse verso Internet, si è sviluppata e diffusa una diversa attitudine culturale verso la tecnologia digitale
e i nuovi media. In alcuni paesi questo processo è ormai in fase assai avanzata: negli Stati Uniti e nell’Europa industrializzata l’uso dei computer è ormai comune, e gli strumenti informatici hanno un ruolo importante (e talora
fondamentale) nella formazione. Sempre più spesso e sempre più a lungo si accede a informazioni direttamente sullo schermo di un computer.
La convergenza tra questa trasformazione culturale
e una serie di innovazioni tecniche come la creazione
di dispositivi informatici sempre più piccoli e leggeri e il miglioramento qualitativo della grafica digitale, potrebbe
determinare una radicale inversione di tendenza nella
fortuna della lettura elettronica. La nostra impressione,
confortata da quella di molti analisti, esperti e imprenditori
del settore hi-tech, è che siamo ormai vicini a una vera e propria esplosione del “fenomeno e-book”.
Sebbene le certezze inconfutabili
sulle “meravigliose sorti” di questa o quella tecnologia espresse da tecnocrati e tecnofili vadano prese
con molta cautela e una buona dose di spirito critico
(basti ricordare l’abbaglio tecnologico rappresentato dall’infatuazione che tre o quattro anni fa aveva colpito molta parte degli esperti
di Internet relativamente all’uso in rete delle cosiddette tecnologie push[11], uso che - contrariamente alle previsioni - è rimasto almeno finora assolutamente marginale è innegabile che attorno agli e-book si stia sviluppando una notevole attenzione
sia negli ambienti tecnologici sia in quelli editoriali
e culturali. Le prime avvisaglie risalgono a un paio
di anni fa, ma l’anno zero dell’era degli e-book è stato senza dubbio il 2000. A suffragare questa affermazione si potrebbe elencare
una lunga serie di eventi che hanno visto protagonisti
tutti gli attori del mercato editoriale e tecnologico:
autori, editori, distributori commerciali, produttori
di hardware e software. Ci limiteremo a segnalarne
solo alcuni, iniziando da quello che per la sua carica
simbolica ha avuto l’effetto di un macigno lanciato nello stagno del mercato editoriale: la pubblicazione
di un racconto in formato e-book da parte di uno degli
autori più venduti al mondo, Stephen King. Riding the Bullet, questo il titolo dell’opera pubblicata la scorsa primavera, in un solo giorno è stato scaricato da oltre 500 mila utenti. Sull’onda del successo di questa prima iniziativa, da giugno lo stesso King ha iniziato
a pubblicare come e-book i capitoli di un nuovo romanzo,
The Plant; ogni singolo capitolo compare con ritmo
mensile sul sito dello scrittore, e viene distribuito con una formula commerciale shareware al prezzo di un dollaro[12].
Poco dopo anche i giganti
dell’editoria e della distribuzione hanno deciso di entrare nel mercato e-book. Time-Warner
e Random House hanno così fondato le affiliate iPublish e AtRandom con la missione di pubblicare titoli
in formato elettronico, seguite da Simon & Schuster e McGraw-Hill. Ad Agosto Barnes & Noble (il gigante della distribuzione libraria statunitense che gestisce, tra
l’altro, la seconda libreria on-line per volume di vendite), dopo un accordo con
Microsoft, ha aperto un canale e-book sul suo sito
(www.barnesandnoble.com), ed ha acquisito iUniverse.com,
un sito dedicato alla pubblicazione di inediti in formato
elettronico; a settembre anche Amazon.com ha annunciato
un accordo con Microsoft per la distribuzione di e-book
a partire dal 2001.
...
A questa serie di eventi
andrebbero aggiunti le centinaia di articoli disseminati
su giornali e riviste tradizionali e on-line (“Wired”, “Times”, “Washington Post”, “Wall Street Journal”, “The Economist”, per citarne alcuni), i numerosi convegni e seminari, le decine di siti Web
più o meno professionali dedicati al fenomeno e-book. Un vero e proprio diluvio
comunicativo che sembra confermare la convinzione di
trovarsi di fronte a un momento di svolta.
In realtà capire
le reali dimensioni del fenomeno non è affatto impresa facile. Allo stato attuale il mercato effettivamente generato
dagli e-book è praticamente irrilevante. Ma secondo una stima della Andersen Consulting entro
il 2005 potrebbe arrivare a coprire il 10% delle vendite
totali, con un volume di affari pari a 2,3 miliardi
di dollari. La Forrester Research prevede un volume
di affari di 3 miliardi di dollari addirittura entro
il 2003. Per non parlare delle profezie del già citato Dick Brass che in più occasioni ha sostenuto che entro il 2010 il volume del mercato e-book sarà pari a quello dei libri tradizionali. Ma non mancano voci critiche, anche assai
autorevoli come quella del commentatore del “Wall Street Journal” Matthew Rose, che in un articolo dall’assai esplicito titolo E-Books’ Big Future Isn’t Likely To Arrive At Any Point Soon (15/10/2000)[16] esprime molti dubbi, suffragati da indagini di mercato e opinioni interne al
mondo dell’editoria elettronica, sulla reale diffusione a breve termine degli e-book.
Insomma, il fenomeno e-book,
al di là della brillante facciata, presenta molti aspetti controversi. Ma su questo torneremo
in chiusura. Ora è venuto il momento di vedere più da vicino in che cosa consistano le tecnologie e gli strumenti per scrivere
e leggere libri elettronici.
Le
tecnologie per i libri elettronici
Come anticipato, alla
base del grande interesse verso gli e-book ci sono
una serie di innovazioni tecnologiche che hanno riguardato
sia gli aspetti hardware sia quelli software. Le principali
sono:
l’affermarsi
del paradigma dell’informatica mobile (mobile computing) nel mercato dei prodotti informatici e
la diffusione dei cosiddetti computer palmari; lo sviluppo
di standard per la creazione, distribuzione e fruizione
dei documenti digitali; la comparsa dei primi dispositivi
software e hardware per la lettura di e-book; il perfezionamento
delle tecnologie di visualizzazione su schermo dei
caratteri; lo sviluppo di tecnologie per la protezione
del copyright sui contenuti digitali (Digital Right
Management, in sigla DRM). Il paradigma del mobile
computing costituisce il contesto generale in cui si
inserisce il fenomeno e-book. I notevoli sviluppi nel
campo della miniaturizzazione e integrazione dei componenti
hardware hanno reso possibile la creazione di computer
ultraportatili (subnotebook) le cui caratteristiche
e funzionalità sono ormai paragonabili a quelle dei normali computer da tavolo, e soprattutto
di dispostivi “palmari” che, da semplici agendine elettroniche, sono divenuti veri e propri computer
da taschino.
...
Se il mobile computing
costituisce in un certo senso lo sfondo dell’esplosione del fenomeno e-book, le altre innovazioni elencate in apertura rappresentano
lo specifico tecnologico dei libri elettronici. Esse
riguardano infatti il formato con cui gli e-book sono
creati e distribuiti e i dispositivi di lettura, hardware
e software, con cui un utente finale può leggerli. Naturalmente affinché gli e-book possano effettivamente affermarsi sono necessari altri due elementi:
un sistema di distribuzione efficiente e un sistema
per la protezione del diritto d’autore sui contenuti diffusi (Digital Right Management). Per quanto riguarda
il sistema di distribuzione la soluzione è piuttosto scontata: Internet. La rete, infatti, costituisce il più efficiente ed economico canale di distribuzione per il mercato dell’editoria elettronica: come vedremo nelle prossime pagine, esistono già centinaia di siti che distribuiscono pubblicazioni sia a titolo gratuito sia
a pagamento.
Assai più complesso è il
discorso per quanto attiene alla protezione del diritto
d’autore. E questo non solo e non tanto per motivi strettamente tecnici (soluzioni
ragionevolmente sicure sono già disponibili e funzionanti) quanto per motivi culturali ed economici: un atteggiamento
eccessivamente restrittivo rischia di rendere l’accesso ai contenuti digitali complesso e svantaggioso per gli utenti, mentre
uno apertamente libertario rischia di danneggiare gli
interessi degli autori e degli editori. Ma su questo
torneremo più avanti.
I
formati standard per i libri elettronici
Il primo aspetto tecnologico
su cui ci soffermiamo è quello relativo ai formati di codifica che possono essere adottati per la creazione
di una pubblicazione elettronica. Lo sviluppo dei sistemi
di codifica digit è una tra le questioni più delicate connesse al processo di digitalizzazione dell’informazione e della comunicazione sociale cui stiamo assistendo in questi anni
di “convergenza al digitale”. Infatti, dalla scelta oculata dei formati di codifica dipendono due caratteristiche
che ogni strumento di diffusione del sapere dove possedere:
la capacità di rappresentare in modo esaustivo (e, se possibile, esteticamente soddisfacente)
ogni tipo di contenuto e l’accessibilità universale.
Per avere un’idea
dei problemi che possono sorgere in questo ambito è sufficiente riflettere sulla straordinaria efficienza del tradizionale libro
a stampa: pur nella notevole variabilità strutturale che esso presenta (si va dall’edizione economica al tomo in carta pregiata rilegato a mano,) il libro è uno strumento in grado di veicolare contenuti testuali e iconici assai diversificati,
estremamente facile da utilizzare, e accessibile in
modo immediato senza limiti di spazio e di tempo.
Al contrario, i documenti
digitali sono fruibili solo attraverso la mediazione
di appositi strumenti hardware e software. Tali strumenti
si basano su piattaforme e soluzioni diverse, spesso
reciprocamente incompatibili, e soprattutto caratterizzate
da una obsolescenza tecnologica elevatissima (si pensi
al ritmo con cui i sistemi di scrittura elettronica
si sono evoluti solo negli ultimi dieci anni). Paradossalmente,
dunque, la digitalizzazione rischia di porre limiti
alla diffusione universale e alla preservazione a lungo
termine dei contenuti. E questo arrecherebbe gravi
danni sia alla crescita culturale collettiva, sia alla
creazione e affermazione di un mercato dei prodotti
culturali (destinati per loro natura a un ciclo di
vita assai più lungo di quello di altre tipologie di informazione di consumo).
Per evitare questi rischi,
una delle soluzioni strategiche consiste nell’adozione di sistemi per la rappresentazione e la manipolazione delle informazioni
che siano efficienti, condivisi e possibilmente di
pubblico dominio: quelli che comunemente sono definiti
standard[17].
I processi che portano
alla creazione di uno standard sono diversi. In alcuni
casi una tecnologia sviluppata da un singolo produttore
si dimostra particolarmente efficiente e guadagna la
fiducia generale degli utenti, divenendo di fatto una
piattaforma standard: è questo il caso di tecnologie come Flash e JavaScript, sviluppate rispettivamente
da Macromedia e Netscape, ma dimostratesi tanto efficaci
da conseguire il consenso generale. Tuttavia questo
processo di standardizzazione de facto comporta alcuni
rischi.
In primo luogo in ogni
singolo settore tecnologico le soluzioni proposte sono
molte e si possono dare casi in cui la competizione
non si risolve a vantaggio di una sola piattaforma,
o della migliore. Ad esempio, nel settore del video
streaming dalla iniziale moltitudine di soluzioni si è arrivati a un duopolio che vede protagonisti da una parte Real (con il suo RealVideo)
e dall’altra Microsoft (con Microsoft Media), con un terzo competitore, Apple (con QuickTime),
che detiene una sezione limitata ma consolidata del
mercato. L’offerta di contenuti video in tempo reale, dunque, si basa su diverse tecnologie,
e questo costringe i creatori a produrre e diffondere
informazione su più piattaforme o a optare per l’una o l’altra, rischiando di limitare a priori la loro utenza potenziale. D’altro canto, gli utenti sono costretti a utilizzare più di un dispositivo software per accedere a tutti i contenuti potenzialmente disponibili.
Si tratta certamente di tecnologie che vengono distribuite
(almeno per il lato utente) in formula gratuita, e
la cui installazione non è particolarmente difficile. Tuttavia questa situazione crea un ostacolo alla
diffusione del video digitale. Inoltre la compresenza
di tecnologie non intercambiabili causa notevoli difficoltà per l’archiviazione e conservazione a lungo termine dei contenuti (che per i prodotti
culturali rappresenta - come si è già accennato - un fattore di primaria importanza).
In secondo luogo, gli
standard tecnologici di fatto sono, nella maggior parte
dei casi, proprietà intellettuale di singoli attori del mercato che, dalla loro affermazione, conseguono
una posizione di monopolio: ed è noto che le condizioni di monopolio producono svantaggi commerciali per gli
utenti e rallentano lo sviluppo tecnologico. Infine,
l’obsolescenza tecnologica porta rapidamente alla sostituzione di standard chiusi
e proprietari con altri standard, rendendo inaccessibili
nel giro di pochi anni i contenuti digitalizzati, e
imponendo costosi e complessi processi di conversione
al fine di garantirne la preservazione.
Un’alternativa
alla creazione degli standard tecnologici basata sulla
selezione (naturale?) del mercato è la promozione di iniziative di standardizzazione esplicite, che definiscano
per ogni tecnologia le specifiche di riferimento alle
quali i vari produttori debbono attenersi. A tale fine
sono preposti gli enti di standardizzazione pubblici
nazionali e internazionali, come la International Standardization
Organization (ISO), o le organizzazioni commerciali
private che raccolgono tutti o gran parte dei protagonisti
in un certo settore, come la European Computer Manufacturer
Association o il World Wide Web Consortium (W3C).
Gli enti di standardizzazione
pubblici, in cui confluiscono rappresentanti istituzionali
e privati, hanno un ruolo molto importante, ma assai
spesso soffrono di una certa lentezza nella deliberazione,
essendo sottoposti a pressioni e azioni di lobbing
molto forti. Le organizzazioni private, invece, possono
essere più rapide nel rispondere alle esigenze di mercati in rapido sviluppo (come quello
hi-tech), ma allo stesso tempo possono subire il ricatto
delle aziende più forti. In ogni caso l’attività di standardizzazione formale fornisce le garanzie migliori per la creazione
di specifiche di riferimento efficienti e al tempo
stesso di pubblico dominio[18].
Allo stato attuale, nel
settore e-book si contendono il primato due formati.
Il primo è stato sviluppato dall’Open eBook Forum (Oebf), un consorzio che riunisce importanti aziende informatiche ed editoriali (tra
cui Microsoft, Adobe, Gemstar, Random House, Time-Warner,
McGraw-Hill), centri di ricerca e singoli esperti,
allo scopo di definire degli standard tecnologici per
il settore e-book. Il secondo è il Portable Document Format (PDF), realizzato dalla Adobe ( è anche membro dell’Oebf) e ampiamente utilizzato da diversi anni.
Open eBook Publication
Structure Specification Il primo importante standard
rilasciato dal consorzio Oebf è stato l’Open eBook Publication Structure 1 (OEB, www.openebook.com/specification.htm),
pubblicato il 16 settembre 1999. Si tratta di un manuale
di specifiche che definisce un linguaggio di codifica
con cui rappresentare il contenuto di un libro elettronico,
e fornisce una serie di raccomandazioni e norme applicative.
L’OEB si
basa su alcuni standard preesistenti e ampiamente diffusi
in ambiente Internet. Infatti la sintassi adottata
per definire il linguaggio di codifica è quella XML (Extensible Markup Language). Come alcuni lettori sapranno, è una sorta di grammatica formalizzata (metalinguaggio) che permette di definire
linguaggi per la rappresentazione di documenti su supporto
elettronico (detti linguaggi di markup). Ogni linguaggio
di markup è composto da un vocabolario e da una sintassi, che corrispondono rispettivamente
agli elementi costituenti un documento e alle relazioni
strutturali tra tali elementi. Ad esempio, un linguaggio
per rappresentare un libro dovrà poter definire al suo interno elementi come capitoli, paragrafi, tabelle, citazioni,
enfasi, ecc.; la sua sintassi dovrà indicare che un libro čè costituito da una sequenza di capitoli che a loro volta conterranno paragrafi,
citazioni o tabelle e così via. Una volta definito formalmente, un linguaggio di markup XML può essere utilizzato per rappresentare singoli documenti elettronici. A tal fine,
ogni elemento strutturale viene rappresentato da una
coppia di tag o marcatori (espressi sotto forma di
stringhe di caratteri) che vanno inseriti all’interno del documento in formato testuale seguendo opportune regole e vincoli
(chi abbia un minimo di familiarità con HTML, il linguaggio per la costruzione di pagine Web, non avrà difficoltà nel comprendere il funzionamento di questo meccanismo).
Non possiamo in questa
sede soffermarci ulteriormente sulle caratteristiche
di XML. Basti dire che si tratta del nuovo standard
per la creazione di contenuti per il Web, e che dunque
erediterà le funzioni sin qui svolte da HTML. D’altra parte - come si accennava - anche HTML čè un linguaggio di markup. Esso čè basato sulla sintassi dello Standard Generalized Markup Language (SGML), un
fratello maggiore di XML. Le differenze tra questi
due metalinguaggi sono piuttosto limitate: di conseguenza
un linguaggio SGML può essere convertito in uno XML. In particolare, il vocabolario di un linguaggio
SGML si può senza problema convertire nel vocabolario di un linguaggio XML (per la sintassi
la questione čè più complessa, ma comunque la conversione čè possibile). E in generale i singoli documenti codificati sulla base di un linguaggio
SGML (come HTML) sono, sotto certe condizioni, validi
anche rispetto alla traduzione di quel linguaggio in
XML. In virtù di queste considerazioni, e dell’ampia diffusione di strumenti e competenze su HTML, lo standard per i libri elettronici
OEB ha adottato gran parte degli elementi presenti
nel vocabolario di HTML versione 4.0, aggiungendovi
alcuni vincoli sintattici e un elenco di raccomandazioni
per la loro utilizzazione.
Un altro standard Internet
adottato nell’OEB čè il linguaggio per la definizione di fogli di stile Cascading Style Sheet (CSS).
Un linguaggio di codifica XML, infatti, descrive solo
la struttura logica di un documento, ma non il suo
aspetto grafico. Esso, insomma, permette di dire che
un capitolo čè composto da un titolo seguito da una serie di paragrafi, citazioni, tabelle
e così via, ma non quale carattere o stile o disposizione vogliamo adottare per rendere
sul monitor (o sulla carta, o su un dispositivo di
lettura vocale) questi elementi. Questa che possiamo
chiamare la struttura formale o presentazionale del
documento viene specificata mediante dei fogli di stile,
a loro volta espressi mediante appositi linguaggi come
CSS. Le specifiche OEB hanno adottato un sottoinsieme
di questo linguaggio al fine di descrivere l’aspetto grafico che un e-book assume una volta visualizzato su un dispositivo
di lettura.
OEB fornisce anche delle
linee guida per specificare i cosiddetti metadati da
associare al libro elettronico (ovvero quella serie
di informazioni che identificano un documento digitale,
come il suo titolo, autore, editore ed altre eventuali
notizie rilevanti). Tali informazioni, che seguono
le direttive Dublin Core (uno standard per la descrizione
bibliografica di risorse elettroniche sviluppato in
ambito bibliotecario[19]), vanno inserite in un file denominato OEB Package File. In questo file, che
a sua volta čè un documento XML, vanno specificati anche: l’elenco dei file (testuali e grafici) che costituiscono nel complesso il contenuto
dell’e-book (detto manifest); l’indicazione della loro sequenza lineare (spine); eventuali sequenze di lettura
alternative (tours); l’elenco e i riferimenti alle componenti strutturali (o guide) della pubblicazione
(copertina, indice, sommario, ecc.). Per quanto riguarda
l’inclusione di contenuti non testuali, OEB nella sua attuale versione si limita
alle sole immagini, per le quali sono stati adottati
due comuni formati di codifica digitale: JPEG e PNG
(Portable Network Graphic).
Accanto a questi aspetti
più strettamente sintattici, il manuale OEB fornisce indicazioni formali sui vincoli
che un sistema di lettura per e-book deve rispettare
per essere conforme alle specifiche. Si noti che la
nozione di “sistema di lettura” è più vasta di quella di “dispositivo di lettura”. Mentre quest’ultimo čè inteso come la piattaforma hardware/software con cui un e-book viene visualizzato,
un sistema di lettura può essere suddiviso in più moduli e in più piattaforme. Di conseguenza un sistema di lettura per essere conforme alle specifiche
OEB non deve necessariamente includere un sistema di
visualizzazione in grado di interpretare in modo nativo
dei documenti elettronici in formato OEB. Esso può anche adottare OEB come formato di input per una procedura di conversione in
un cosiddetto “formato binario” proprietario[20].
L’importanza
di questo standard čè difficilmente sottovalutabile: esso infatti garantisce che i produttori di contenuti
e quelli di dispositivi di lettura (hardware e software)
facciano riferimento a specifiche tecniche comuni che
assicurino “fedeltà, accuratezza, accessibilità e presentazione del contenuto elettronico su diverse piattaforme e-book”. Di conseguenza i fornitori di contenuti possono produrre e-book senza preoccuparsi
delle differenze tecniche dei singoli dispositivi di
lettura e, dal canto loro, gli utenti hanno la garanzia
di poter accedere a ogni titolo pubblicato indipendentemente
dal dispositivo che usano o preferiscono. Inoltre OEB
si basa su tecnologie aperte e su standard pubblici,
con tutti i vantaggi che ne derivano e che abbiamo
già visto nel precedente paragrafo.
Naturalmente non mancano
alcune limitazioni, tra cui le più rilevanti sono la ridotta integrazione di contenuti multimediali come audio,
video, grafica vettoriale (assai utile per le pubblicazioni
scientifiche), e la mancanza di meccanismi intrinseci
per la protezione dei documenti al fine di garantire
il rispetto del copyright. Un documento OEB nativo,
infatti, čè un file testuale leggibile in chiaro mediante un semplice editor.
...
La
questione del diritto d’autore per i contenuti digitali
Nel corso della nostra
rassegna dedicata ai formati di codifica e ai dispositivi
di lettura per gli e-book, abbiamo più volte fatto riferimento alle tecnologie di gestione del diritto d’autore per i contenuti digitali. L’individuazione di un sistema efficiente, sicuro e di facile gestione dal lato
utente per la protezione di contenuti sotto diritti, čè infatti uno dei nodi critici per lo sviluppo del mercato degli e-book e di ogni
altro genere di contenuto digitale. Non a caso, i protagonisti
del mercato editoriale e di quello informatico stanno
dirottando notevoli risorse finanziarie e di ricerca
proprio in questa direzione.
Quella del copyright è,
come noto, una questione assai complessa che vede confluire
aspetti tecnologici, economici, giuridici e sociali.
Il diritto d’autore, come viene chiamato in Europa, o copyright, secondo la dizione adottata
nei paesi anglosassoni[30], è un insieme di norme che regolano i rapporti economici e giuridici tra autori,
editori e utenti. Alla sua base c’è l’idea che il prodotto dell’attività intellettuale sia appunto un prodotto di cui si può rivendicare la proprietà, e il cui sfruttamento si può cedere o dare in concessione a terzi. L’autore čè il titolare naturale del diritto di proprietà sulla sua opera. Egli la cede in concessione temporanea o permanente a un editore
che può produrne delle copie da vendere agli utenti. Gli utenti, pagando una certa cifra,
possono acquistare una di tali copie e usarla, ma non
diventano proprietari del prodotto intellettuale (nel
senso giuridico, ovviamente) né ereditano il diritto di copia; dunque non possono a loro volta farne copie e
distribuirle in qualsivoglia forma.
La normativa e il concetto
stesso di diritto d’autore sono conquiste piuttosto tarde dell’era moderna. Fino all’epoca rinascimentale gli autori erano vissuti dei proventi di attività pubbliche o private o della munificenza delle classi dominanti cui offrivano
il loro ingegno. Ma con la diffusione della stampa,
nel mondo occidentale le cose cambiarono radicalmente.
Grazie a questa “nuova tecnologia”, infatti, la produzione libraria divenne una vera e propria attività industriale, in grado di generare profitti per i nuovi stampatori-editori e
redditi per gli autori. Spinti anche dalla contemporanea
crisi economica e politica dei principati rinascimentali,
gli scrittori divennero progressivamente intellettuali “professionisti”, remunerati dai proventi delle loro opere. D’altra parte gli editori, che detenevano i mezzi di produzione dei libri, avevano
bisogno della “materia prima” intellettuale per la loro fiorente attività. Naturalmente, affinché il rapporto tra queste due figure funzionasse era necessario che fosse esclusivo,
e che nessuno stampatore potesse riprodurre copie di
opere che non aveva pagato all’autore.
Le prime leggi in materia
furono emanate nel Regno d’Inghilterra agli inizi del ’700 e trovarono una completa formalizzazione e una generale accettazione solo
all’inizio del secolo scorso. La codifica legislativa del diritto d’autore čè giunta fino ai giorni nostri pressoché intatta. Anzi, la sua applicazione čè stata progressivamente estesa nel corso del tempo per farvi rientrare i nuovi
supporti e mezzi di diffusione delle opere d’ingegno che il progresso tecnologico ha reso disponibili dal secolo scorso a
oggi: il cinema, la discografia, la radio, la televisione,
le cassette musicali, le videocassette, i CD-Rom...
Il problema čè che
la protezione giuridica del diritto d’autore e di copia fa leva su un dato di fatto molto materiale: la produzione
e riproduzione fisica di un libro a stampa (o di un
disco in vinile) sono attività abbastanza complesse, e richiedono comunque un certo impegno di tempo e di risorse.
Conseguentemente, la trasgressione della norma che
vieta questa pratica in mancanza dei diritti legali
sull’opera čè socialmente limitata ed effettivamente sanzionabile. Ma cosa avviene quando
l’evoluzione dei mezzi di riproduzione rimuove queste difficoltà materiali ed economiche, rendendo la riproduzione immediata e accessibile a
chiunque? La tendenza alla trasgressione, soprattutto
in condizioni di alti prezzi di mercato dei beni protetti,
si diffonde socialmente e la sua sanzione diviene praticamente
inapplicabile.
Questa čè esattamente
la situazione che si čè venuta a creare con l’introduzione degli strumenti digitali per la produzione e diffusione delle opere
intellettuali. Un oggetto digitale, qualunque sia il
suo contenuto, può essere riprodotto in un numero indefinito di copie identiche a costi effettivi
quasi nulli, senza alcuna difficoltà e senza alcun degrado qualitativo rispetto all’originale (quest’ultimo aspetto čè più evidente per le opere musicali e audiovisive, la cui riproduzione si čè basata finora su tecnologie analogiche). Di conseguenza la riproduzione illegale
di prodotti intellettuali in formato digitale si čè diffusa rapidamente. Basti pensare al fenomeno dei CD audio e dati masterizzati,
o a quello - più recente e più direttamente connesso con il tema di questo capitolo - della distribuzione di
brani musicali in formato MP3 attraverso Internet.
Siamo dunque in presenza
di una profonda contraddizione tra la base tecnica
e la forma economico-giuridica della produzione e distribuzione
di prodotti intellettuali. Le modalità per il superamento di questa contraddizione sono attualmente oggetto di un aspro
dibattito teorico (ma anche pratico), fortemente polarizzato
su due posizioni “estremiste”.
La prima posizione čè quella
sostenuta dal movimento del no copyright. Come čè facilmente intuibile i suoi fautori sostengono, non senza motivi, che le tradizionali
normative a protezione del diritto d’autore non abbiano più alcuna ragione di esistere nell’era digitale, visto l’abbattimento dei costi di riproduzione e distribuzione. E dunque ritengono che
l’informazione e i contenuti debbano circolare liberamente e gratuitamente, in
una sorta di versione riveduta sub specie tecnologica
dell’economia del dono, o del baratto. Si tratta di una impostazione culturale molto
radicata negli utenti “storici” della rete e nei movimenti radicali di sinistra.
A questa posizione libertaria
si oppone radicalmente il punto di vista dei colossi
editoriali, dell’industria dello spettacolo, di buona parte degli autori, affiancati dalla maggior
parte delle aziende tecnologiche. Secondo questo punto
di vista il diritto di autore čè funzionalmente indipendente dalla tecnologia di riproduzione e diffusione dei
contenuti, e la sua legittimità resta valida anche nel mondo digitale. Esso infatti čè una garanzia per i produttori dei contenuti, che in sua mancanza non potrebbero
vedere riconosciuto economicamente il loro lavoro (osservazione,
questa, non priva di fondamento), e per i distributori
che svolgono la funzione di valorizzare i prodotti
intellettuali e di garantire la libertà di espressione (tesi quest’ultima sulla quale sembra invece possibile esprimere qualche dubbio).
In questo quadro si collocano
le molte iniziative di ricerca che puntano a sviluppare
piattaforme tecnologiche per la gestione dei diritti
digitali (Digital Right Management, DRM). In linea
generale questi sistemi si basano sulle tecniche di
cifratura asimmetrica o a doppia chiave che sono utilizzate
anche per la sicurezza dei pagamenti on-line e delle
transazioni digitali. Semplificando, il processo di
pubblicazione mediante un sistema di DRM si svolge
in questo modo: il produttore dei contenuti (l’editore o l’autore in prima persona) riceve da una authority di certificazione indipendente
(di norma si tratta del produttore del sistema di DRM)
una chiave privata con cui può crittografare il file che contiene l’opera protetta, assegnando ad esso un determinato livello di protezione. A questo
punto il file cifrato viene inviato ai distributori
che gestiscono un server di distribuzione dei contenuti.
Questo server interagisce con un modulo client installato
sul computer dell’utente finale. Durante la transazione il server autentica l’utente, verifica che le condizioni di distribuzione siano state ottemperate (di
norma tali condizioni consistono in un pagamento in
denaro, ma questo non čè obbligatorio: un sistema di DRM potrebbe ad esempio essere usato per distribuire
in maniera controllata documenti riservati all’interno di una azienda) e infine genera e invia al client una chiave di decifrazione
che permette di accedere al file protetto. Al fine
di evitare che il contenuto digitale, una volta inviato,
possa essere duplicato gratuitamente o letto su più postazioni, la chiave di decifrazione del contenuto include anche una chiave
privata assegnata a ciascun utente. Di norma questa
chiave viene generata usando dati univoci come il numero
di identificazione del processore o del disco rigido
sul computer utente. In questo modo il modulo client
DRM potrà decifrare il file solo ed esclusivamente se gira sul medesimo computer con cui čè stata effettuata la transazione.
Le piattaforme DRM possono
essere interfacciate con i vari server per l’e-commerce e sono utilizzabili anche per gestire le transazioni tra produttori,
editori, distributori e librai. In questo modo possono
semplificare anche la catena del valore nel processo
distributivo. Attualmente il denaro viene prima incassato
da una libreria che, tramite la sua banca, versa a
intervalli di tempo regolari la quota dovuta ai distributori
e agli editori. Questi ultimi ogni anno conteggiano
la quota dovuta agli autori e la accreditano sul loro
conto. Con una gestione automatica delle transazioni
questi passaggi potrebbero essere effettuati tutti
nel medesimo istante.
Attualmente esistono diverse
soluzioni per la gestione di diritti d’autore in competizione tra loro. La più affermata čè quella sviluppata dalla ContentGuard, un’azienda del gruppo Xerox, che si basa su un linguaggio XML con cui sono codificati
i certificati digitali (contenenti dati di identificazione
e chiavi di decifrazione) scambiati tra i vari attori
durante la complessa transazione che abbiamo descritto
sopra. La ContentGuard ha pubblicato le specifiche
di questo linguaggio, denominato Extensible Rights
Management Language (XrML), e ha stipulato accordi
industriali con le maggiori aziende informatiche per
lo sviluppo di sistemi DRM. Sia Microsoft sia Adobe,
ad esempio, hanno basato i loro sistemi sulla tecnologia
XrML di ContentGuard. Tuttavia la presenza di piattaforme
DRM diverse e incompatibili rischierebbe di creare
ostacoli alla crescita del mercato degli e-book e in
generale dei contenuti digitali. Per evitare una possibile “babele” sono stati avviati diversi tentativi di definire degli standard comuni. Il più promettente vede coinvolti il gruppo di lavoro Electronic Book Exchange (EBX,
www.ebx.com), organizzazione a suo tempo promossa dalla
GlassBook, e l’Oebf.
Ma, al di là dei
problemi tecnici e di standardizzazione, le attuali
implementazioni della tecnologia DRM sollevano non
poche perplessità, anche tra coloro che non sono fautori del no copyright nelle sue forme più radicali. Come abbiamo visto, il processo di acquisto di un oggetto digitale
protetto (e-book, file MP3 o video digitale) čè piuttosto complesso e paradossalmente impone dei vincoli che non esistono nei
prodotti culturali tradizionali. Infatti, quando compriamo
un libro nessuno ci vieta di prestarlo a un amico,
o di leggerlo quando e dove vogliamo. Un file protetto
con un sistema DRM, invece, čè di norma accessibile solo su un numero ristretto di postazioni. Ad esempio -
come si čè accennato - i titoli distribuiti per il lettore Microsoft possono essere letti
solo su due distinte installazioni del programma, con
le inevitabili conseguenze fastidiose che ne possono
derivare. Viene da domandarsi se l’introduzione di tanti vincoli e difficoltà non possa finire per scoraggiare gli utenti finali, e in tal modo rallentare
se non impedire lo sviluppo delle nuove tecnologie
di distribuzione dei prodotti intellettuali e la crescita
dei relativi mercati (e questo, di sicuro, non gioverebbe
nemmeno ai colossi dell’editoria e dello spettacolo).
Per questo ci sembrano
ragionevoli e tutto sommato condivisibili le proposte
di adottare politiche distributive innovative che hanno
già dimostrato la loro validità in settori come quello del software. Ci riferiamo alla distribuzione shareware
(sperimentata ad esempio da Stephen King con il suo
The Plant) che, accompagnata da una riduzione dei prezzi,
potrebbe rivelarsi ideale per la letteratura scientifica
e di nicchia. O a forme di vendita per abbonamento
su collane, anche in questo caso con un controllo sul
tetto dei prezzi, peraltro giustificato dall’azzeramento dei costi di riproduzione.
Proprio quello dei prezzi
rappresenta in questo caso un fattore fondamentale.
L’esperienza del software insegna infatti che la maggior parte degli utenti tende
a preferire un prodotto originale e legale rispetto
a uno copiato illegalmente (che - anche in rete - čè comunque in genere più complesso reperire), a condizione che il prezzo praticato dal produttore o distributore
del prodotto originale sia ragionevolmente contenuto.
Una politica di prezzi artificialmente alti tende invece
a impedire lo sviluppo del mercato, e costituisce un
incentivo alla pirateria e alla diffusione di copie
non autorizzate.
Qual čè,
allora, il “giusto prezzo” per un libro elettronico? Evidentemente, si tratta di una valutazione che dipende
dal numero di potenziali acquirenti. Ma a sua volta
il numero di potenziali acquirenti dipende dai prezzi
praticati. Individuare l’equilibrio migliore può essere complesso, e sicuramente i prezzi praticati inizialmente in questo settore
- anche per coprire i costi di start-up - saranno più alti di quelli che potranno essere praticati fra qualche anno, in una situazione
di mercato più matura. Tuttavia se i prezzi fossero troppo alti, troppo vicini a quelli dei
libri su carta (che hanno costi ben maggiori di produzione
e distribuzione), la crescita del mercato e-book e
la percezione delle sue potenzialità da parte degli utenti e dello stesso mondo della produzione e distribuzione
culturale ne risulterebbero gravemente ostacolate.
A nostro avviso, in questa fase di avvio del mercato
il prezzo di un e-book “normale” (per numero di pagine e tipologia dei contenuti multimediali) dovrebbe aggirarsi
fra le 5.000 e le 10.000 lire, e il prezzo di un e-book
specialistico (ad esempio destinato al mondo accademico)
non dovrebbe comunque superare le 20.000 lire. Editori
e distributori dovrebbero rendersi conto che, anche
se questi prezzi appaiono troppo bassi per realizzare
grossi margini di profitto immediato, gli e-book offrono
un’immensa potenzialità di allargamento non tanto del pubblico di lettori (le cui dimensioni e la cui
crescita dipendono da fattori più generali di politica culturale), quanto del numero di libri acquistati - magari
solo con funzione di consultazione o riferimento -
da parte di tale pubblico. Prezzi troppo alti rischierebbero
di inibire questo processo.
In ogni caso, anche per
quei titoli che saranno venduti con formule tradizionali
o con prezzi troppo elevati, ci auguriamo che prevalgano
impostazioni meno restrittive nell’imposizione di vincoli alla fruizione: non vorremmo vederci costretti, noi lettori
forti, a trasformarci in “hacker” impegnati a scardinare le assurde protezioni che ci separano dai nostri amati
libri (elettronici).
...
Conflitti
e prospettive: alcune considerazioni finali
Nel corso di questo capitolo
dedicato agli e-book la nostra attenzione si è concentrata, come è naturale, soprattutto sugli aspetti tecnologici. In più di un’occasione abbiamo tuttavia rilevato come il fenomeno e-book non sia riducibile
esclusivamente a un’innovazione tecnica, ma abbia anche una forte componente culturale. E questo
vale sia per le reali prospettive di diffusione degli
e-book, sia per le conseguenze che tale diffusione
potrebbe avere.
Per quanto riguarda il
futuro degli e-book, riteniamo che le condizioni culturali
perché questi nuovi strumenti di diffusione della conoscenza si possano affermare presso
vaste fasce di utenza si siano ormai verificate quasi
tutte. In primo luogo gli strumenti informatici sono
ormai penetrati in modo capillare nel tessuto sociale,
favorendo un aumento generale del livello di alfabetizzazione
informatica e dell’abitudine a usare le tecnologie digitali in tutti gli aspetti della vita quotidiana.
In secondo luogo la diffusione della rete Internet
ha reso sempre più comune la produzione, diffusione e fruizione di informazione e contenuti mediate
da apparati elettronici. In terzo luogo cominciano
ormai a essere disponibili apparati di lettura, dedicati
o no, dalle caratteristiche ergonomiche e funzionali
in grado di superare il ’test’ fondamentale per ogni libro elettronico: la capacità di permettere la lettura non solo alla scrivania e davanti allo (scomodo) schermo
di un computer, ma anche in poltrona o a letto. Infine,
le potenzialità multimediali e interattive offerte dai nuovi media stanno modificando le abitudini
cognitive e i processi di apprendimento, soprattutto
nelle generazioni più giovani che sono entrate in contatto con tali strumenti sin dai primi passi
del loro processo formativo.
Paradossalmente, i ritardi
culturali più evidenti si scontano sul versante della produzione e distribuzione dei contenuti
digitali. Lo testimoniano le posizioni eccessivamente
rigide assunte dall’industria editoriale e informatica sulla questione del copyright, che, come abbiamo
già osservato, rischiano di frenare oggettivamente la diffusione degli e-book (o
di altri prodotti intellettuali in formato digitale).
E altrettanto contestabile, come abbiamo visto, čè la politica dei prezzi sposata da tutti i grandi editori. È comprensibile che gli editori siano propensi a proteggere un mercato sicuro,
quello dei libri cartacei, dalle possibili insidie
di uno nascente, di cui non si conoscono i reali margini
di redditività, quello dei libri elettronici. Ma gli e-book commerciali costano davvero troppo,
soprattutto in considerazione del fatto che i costi
di produzione sono quasi nulli. Se al costo elevato
si aggiungono i laccioli della protezione eccessiva
dei contenuti, è assai difficile che si crei un mercato di massa per questi prodotti.
Per fortuna l’editoria
elettronica, con i suoi limitati costi di produzione,
ha stimolato la crescita di un circuito editoriale
indipendente che rappresenta ormai una valida alternativa
all’offerta culturale mainstream. Le case editrici indipendenti sono centinaia, e
in molti casi i titoli pubblicati sono qualitativamente
interessanti. E dopotutto, se si fa un discorso di
qualità letteraria o scientifica, le riserve sui cataloghi dei macinatori di best-seller
non sarebbero poche.
Siamo comunque convinti
che anche nel mondo dell’editoria professionale la consapevolezza delle opportunità aperte dal mercato e-book, se affiancato da politiche industriali intelligenti,
non tarderà ad affermarsi. Soprattutto in quei settori editoriali maggiormente sacrificati
dall’attuale assetto del mercato. Ci riferiamo alla letteratura scientifica e accademica,
notoriamente sostenuta, con alcune rare eccezioni,
dai finanziamenti pubblici alla ricerca. D’altra parte è opinione universalmente condivisa che proprio in quest’ambito gli e-book potranno avere una rapida diffusione, anche in virtù delle innovative potenzialità comunicative dei supporti digitali.
Con questo, si badi, non
vogliamo asserire apoditticamente che la funzione del
libro cartaceo nel nostro sistema culturale e formativo
sia ormai superata, come sostengono alcuni entusiasti
tecnofili e molti manager delle aziende hi-tech. È assai probabile che ancora per vari decenni i supporti tradizionali manterranno
la loro funzione dominante in moltissimi tipi di attività di lettura. Solo, sembra ormai chiaro che tale funzione non sarà più esclusiva, e che accanto al libro cartaceo nei prossimi anni prenderanno posto
molti altri strumenti. Dopotutto, tra questi, l’e-book è il parente più prossimo del vecchio, caro libro, e ne è l’erede più promettente.
Partendo
da queste considerazioni ci sembra si possa anche
rispondere ai timori, molto diffusi in vaste fasce
di intellettuali “apocalittici”, sul destino della “cultura della testualità” che ha caratterizzato la nostra civiltà e che sembra destinata a essere travolta dal golem elettronico. Secondo questi
timori la scomparsa del libro cartaceo, che come
si è detto čè comunque al di là da venire, porterà con sé la crisi radicale dei valori e dei contenuti culturali ad esso associati: il
pensiero analitico, la priorità del linguaggio verbale, l’attenzione alla qualità espressiva delle parole, la capacità di formazione di una identità individuale profonda, la grande letteratura, e così via. È nostra opinione al contrario che i nuovi media digitali offrano l’opportunità di sviluppare e sperimentare nuovi modelli e nuovi contenuti culturali che si
affiancheranno a quello testuale ma non lo sostituiranno.
E anche se prima o poi la comunicazione testuale
abbandonerà i “pesanti” (e poco ecologici) atomi della carta, per librarsi tra gli immateriali bit dei
supporti digitali, i testi - in quanto oggetti comunicativi
astratti - continueranno a svolgere (e vedranno forse
addirittura accresciute) le loro irrinunciabili funzioni
cognitive ed estetiche.
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